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ALESSANDRINA O I DUE TEMPI DELL’AMORE

E con la Vergine in prima fila

e bocca di rosa poco lontano

si porta a spasso per il paese

l’amore sacro e l’amor profano.

Dopo aver visto a teatro l’Atto unico che ripercorre la vita della nobildonna Alessandra Starrabba di Rudini, non ho potuto fare a meno di pensare alla chiusa di Bocca di Rosa di Fabrizio De André e di riflettere, ancora una volta, su cosa rende così unica la donna e la sua più intima essenza, cioè la sua femminilità.

La scena si apre con una suora carmelitana che, negli ultimi giorni della sua vita, dialoga con l’altra parte di se, quell’affascinante donna che, dopo avere conosciuto i lussi della vita aristocratica essere stata per tre anni l’amante di Gabriele D’annunzio, depone sete e crinoline per indossare una modesta veste monacale.

Alessandrina era una donna bellissima, alta 1,82 cm, definita un’amazzone per il suo fiero modo di andare a cavallo, colta ed erudita (conosceva quattro lingue straniere e le due classiche), bizzarra e avventurosa (fu una delle prime donne automobiliste e in auto andò fino a Lourdes nel 1910) ; Nike, come la chiamava il Vate, trascorse la sua infanzia nei feudi del padre a Pachino, Siracusa e in quelli della madre, a Beinette, Cuneo. La Marchesa rimase ben presto vedova, infatti a soli 24 anni si ritrovò con due figli e tutta la giovinezza davanti.

L’incontro con il destino fu quello con Gabriele D’annunzio con il quale visse alla Capponcina per quattro anni, un amore intenso e totalizzante che spinse il poeta a troncare la sua relazione con Eleonora Duse e Alessandra a lasciare i suoi figli. Dentro il suo animo, tuttavia, cresceva una religiosità tormentata e inquieta e un bisogno di una fede rassicurante così come gliela aveva trasmessa sua madre e così come l’aveva imparata da piccola.

Una prorompente Gisella Cali ci fa osservare da vicino le inquietudini di questa donna mossa da passioni contrastanti, la sua recitazione è sempre intensa e misurata per non interferire con il personaggio di Alessandra, lei si limita a prestarle il volto e la voce. Suor Maria di Gesu ( è il nome che ha scelto Alessandra quando esce dal mondo) ci è restituita con dolenza da Barbara Cracchiolo, in lei c’è il lavorio intenso di una donna che sta per morire e che vuole riappacificarsi con tutta se stessa, accogliendo con tenerezza tutto l’amore che ha provato nella vita: quello profano e quello sacro.

Dirà: << si può considerare peccato ciò che è fatto per amore? >>

L’amore erotico, fisico, travolgente per D’annunzio vale meno di quello filantropico e misericordioso verso il prossimo che spinse Suor Maria Gesù a impiegare gran parte delle sue risorse economiche nella fondazione di monasteri?

O non è forse che le donne hanno sempre qualcosa da espiare in virtù di tre grandi sacrifici che la loro condizione richiede: la maternità, la verginità, l’egoismo maschile.

Nella letteratura così come nella vita, raramente ( confesso il mio limite) mi è capitato di vedere figure maschili che hanno il dramma dell’espiazione di una colpa, specie se riguarda il Tradimento in senso lato, questa condizione riguarda principalmente le donne e tutte le Alessandra di ieri e di oggi.

La parola sacrificio, peraltro, è molto ricca di significato in quanto vuol dire “rendere sacro qualcosa”, tuttavia nei riguardi della donna è spesso usata con una connotazione negativa e diventa mortificazione, umiliazione, costrizione, limitazione.

L’aspetto che, probabilmente, ci scuote di più e ci sconvolge come la violazione di un vero e proprio tabù, condizione ancora una volta riservata solo alla donna, è l’abbandono dei figli prima per essere l’Amante di D’annunzio e dopo per abbracciare la vita claustrale. Si potrebbe leggere come una metafora dell’infanticidio che è il crimine più efferato se a commetterlo è proprio la madre, cioè colei che dà la vita.

Per questa ragione la vita e il riuscitissimo spettacolo teatrale di Alessandrina offrono spunti di riflessione veri che non debbono fermarsi alla superficie delle cose e che riguardano l’indagine che ciascuno di noi compie sul significato e sul modo di essere donna, dopo secoli di sovrastrutture e condizionamenti culturali che, molto spesso, hanno tolto la libertà alla donna di potere essere una FEMMINA consapevole della sue potenzialità e della sua sacralità( non in senso costrittivo), per farne un oggetto di sottomissione ( come non pensare anche ai ripetuti casi di femminicidio) e riproduzione. Probabilmente molti degli squilibri che riguardano, anche oggi, la relazione uomo – donna andrebbero ricercati in tali distorsioni e non è detto che la via che conduce la donna a una progressiva mascolinizzazione e l’uomo a una inesorabile impotenza affettiva, sia quella giusta per riconquistare la perduta armonia, semmai sia esistita.

Giovanna Nastasi

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