Prefazione di Nicola Mineo

Categoria: Prefazioni

Da qualche anno, tra fine Novecento e inizio Duemila, la poesia sembra accogliere e coltivare, di nuovo, il ricordo e l’approfondimento del soggettivo e l’interrogazione sui grandi temi. Una tematica che si inscrive entro i necessari termini di un tempo, quello passato quasi sempre, e di uno spazio che ne è l’indispensabile contesto. Come una riattivazione delle certezze e dei valori riconosciuti o riconoscibili, dopo il tempo dell’esperimento, della scommessa conoscitiva, dello sguardo sulla storia o sul presente, dell’impegno, della rivolta, della denuncia. Ma non è recupero sentimentale o sentimentalistico, è ritrovamento o ricerca di senso, del senso, uno scavo nell’essenza individuale, una domanda sul rapporto fondamentale e diretto con la natura e con la vita: l’ultimo volto delle cose, fuori e prima dell’effimero. E perciò è anche presa d’atto, riconoscimento della insufficienza e del limite. Non la facile e scontata nostalgia del passato o l’assicurazione di una persistenza metafisica o di una durata storica, bensì il riconoscimento di una fine e di una conclusione e contemporaneamente la scoperta di un’assurda precarietà. Nella poesia di Giovanna Nastasi troviamo tutto questo, in una sua specifica scansione. Privilegiati nei versi della raccolta Colloqui sono lo sguardo e la struttura metaforici, che si connotano anche come simbolicità (nel senso hegeliano). Accentuati dalla marcatura perentoria e insieme insondabile del verso breve e del fraseggiare raccorciato. Parole e ritmi essenziali. Soggetto e protagonisti sono il tempo e la morte («Com’è veloce / La morte»; il «lungo sonno»; «il raggio / Tanto corto»). L’amore vi ha parte, ma è momento subordinato e minacciato. La vita è nel segno del mistero, del non conosciuto, del casuale. Casuali sono i suoi eventi, anche i più tragici. O stabiliti non si sa da chi e perché: il «destino». Emblematica la riflessione che conclude In memoria di Giuseppe: «E dire…/ Avevo aggiunto / Pochi minuti / Solo pochi minuti / A una serata / Già finita». E può essere anche una vita «ai piedi della croce» (Ai piedi della croce). Al destino appartiene quel desolato essere «sempre / Il primo all’appello» (Massimo). Ma il destino, è l’altra faccia, non è un principio assoluto, perché «Il giro / È ancora lungo / E tante le carte / Da scoprire» (Il Gioco). E tuttavia la «scommessa» della vita si giuoca con rischiosa aleatorietà, perché si impone «un’oculata spesa / Del tuo unico centesimo» (Il Lancio). Si affaccia il richiamo all’infanzia, e a questa si guarda come al mondo delle cose vere, vere perché avvenute e appartenute, e perciò eterne in quanto non modificabili o annullabili: niente può cancellare l’accaduto. Imprescindibile sempre e per tutto, sintesi finale, è sapere che «nuda / Nasce la vita» (Nudità). E anche in questi versi si scopre che salvezza, o perennità, si danno nella poesia: «Un verso soltanto / Se ancora / Sei poeta» (A Salvo Basso). Forse la poesia può riscattare la perdita e l’heideggeriana gettatezza e ricondurre al senso, a una condizione in cui non sia «perduto / […] il Paradiso» (La virtù del serpente). E può aiutare nell’attesa e nella ricerca autentica: «È altrove / Quello che cerco» (A mia sorella Adriana). In ogni modo la parola poetica è un punto fermo, una verità nel mare dell’esistenza.

Nicola Mineo