Laboratorio di Kintsugi

Cadere 7 volte rialzarsi 8

di Giovanna Nastasi

 

Si possono onorare le ferite? Possono essere riabilitate come fessure inedite da cui osservare sé stessi? Può la letteratura, attraverso l’esperienza pratica, diventare una disciplina di vita?

Abbiamo provato a rispondere a tali quesiti, attraverso il laboratorio esperienziale svoltosi presso la palestra Soham di Catania della maestra Daniela Pappalardo.

Al centro del nostro incontro abbiamo posto l’arte del Kintsugi abbinato alla scrittura autobiografica.

L’antica pratica giapponese ha origine dal desiderio dello Shogun Yoschimasa di avere riparata la sua tazzina preferita per bere il tè.  I migliori artigiani di corte sperimentarono così la tecnica del Kintsugi, ossia il riparare le fratture degli oggetti preziosi con l’oro, senza occultarle ma, al contrario, evidenziandole.

Anche noi capita nella vita di andare incontro alle rotture: un dispiacere, una relazione finita, un progetto andato male, un male improvviso, un lutto. A tutti capita di dovere fare i conti con i cocci della propria anima.

Il Kitsugi ci insegna che abbiamo tre opzioni: una riparazione mimetica, una riparazione con le graffette, una costosa riparazione aurea.

Talvolta, è più facile occultare, rimuovere i propri traumi piuttosto che affrotarli, guardarli in faccia e farsi raccontare la loro storia.

Talvolta, le ombre della nostra vita tardano a venire alla luce ad essere considerate, come scrive la poetessa Chandra Livia Candiani in Questo immenso non sapere, «pozzi che si trovano nel cuore», che sussurrano ed urlano poiché sono pezzi di oscurità che non vogliono essere più considerati solo «brutte cose.»

I partecipanti al laboratorio sono stati guidati attraverso delle tappe alla rottura della loro tazzina fino alla sua riparazione integrando, per ogni passaggio e con domande stimolo, la scrittura autobiografica.

Ci si è resi conto di quanta pazienza, cura e manualità siano necessarie alla manipolazione dei pezzi rotti, all’attesa della loro incollatura, la frustrazione di dovere ricominciare e che, soprattutto, la forma originaria può anche perdersi senza, tuttavia, dovere rinunciare all’oggetto.

Bisogna riprendere l’opera della propria vita anche 100 volte come se fosse la prima. Rifare e ricominciare ancora. E’ un processo lungo, talvolta scoraggiante, sembra di restare bloccati e di trovarsi sempre allo stesso punto senza capirci nulla. Eppure, si deve sapere che le cose stanno andando a posto nel nostro inconscio e un giorno, senza quasi avere fatto nulla, ogni cosa diventerà chiara.

Il processo di crescita è come una stalattite che nei secoli aggiunge un pezzetto e rinnova la sua forma.

Possiamo, allora azzardare due domande: qual è il dono della ferita? Quale bellezza mi porta?

La risposta è più della Resilienza poiché chiama in causa il concetto di Antifragilità, ossia l’utilizzo dell’ostacolo, dell’imprevisto per andare oltre, utilizzando situazioni non routinarie in forza propulsiva.

Affidandoci ai versi di Robert Frost potremmo, dunque, credere che:

due strade divergevano in un bosco, e io –

io presi la meno percorsa,

e quello ha fatto tutta la differenza.

I laboratori esperienziali sono un momento di riconnessione, un modo di sospendere il giudizio su sé stessi, sul tempo e provare così a riorientare la propria visione del mondo.

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